La Federazione della Sinistra continua la raccolta firme,
mobilitazione in difesa dei diritti dei lavoratori
"Le parole della Fornero significano di fatto la cancellazione dell'articolo 18. Sostenere che il reintegro nel posto di lavoro sarà possibile solo nei casi di licenziamento discriminatorio e nei casi 'gravì di licenziamento disciplinare, mentre per i licenziamenti per motivi economici non vi sarà reintegro ma solo un indennizzo significa che tutte le aziende licenzieranno per motivi economici.
La reintegra ci sarà nel solo caso in cui il datore di lavoro dichiari che licenzia una persona perchè è nera o comunista o iscritta al sindacato. Cioè mai. È una proposta inaccettabile che non può essere firmata dai sindacati. Si vada allo sciopero generale; noi continueremo la mobilitazione".
Paolo Ferrero (segretario nazionale Prc-Federazione della Sinistra)
La volontà del governo di stravolgere l'art. 18 a forza di ultimatum e ricatti è la dimostrazione della sordità di questo esecutivo alle ragioni della democrazia, sia sul lavoro che nei rapporti con gli interlocutori sociali e politici.
Invece di contrastare la precarietà e di puntare sull'innovazione produttiva, il governo, con l'eliminazione del reintegro in caso di licenziamento per motivi economici, aumenterà i licenziamenti individuali senza giusta causa. E' ovvio che tutti i licenziamenti per ragioni discriminatorie e sindacali, ancora tutelati sulla carta, verranno fatti passare dai datori di lavoro come economici.
Per questo la Federazione della Sinistra continuerà a raccogliere firme e a mobilitarsi contro la riforma del mercato del lavoro, come ha fatto oggi a piazza Montecitorio, e sosterrà le iniziative sindacali di contrasto a questo scempio.
Massimo Rossi ( Portavoce nazionale Federazione della Sinistra)Invece di contrastare la precarietà e di puntare sull'innovazione produttiva, il governo, con l'eliminazione del reintegro in caso di licenziamento per motivi economici, aumenterà i licenziamenti individuali senza giusta causa. E' ovvio che tutti i licenziamenti per ragioni discriminatorie e sindacali, ancora tutelati sulla carta, verranno fatti passare dai datori di lavoro come economici.
Per questo la Federazione della Sinistra continuerà a raccogliere firme e a mobilitarsi contro la riforma del mercato del lavoro, come ha fatto oggi a piazza Montecitorio, e sosterrà le iniziative sindacali di contrasto a questo scempio.
La CGIL contro la riforma del lavoro, verso la mobilitazione del più grande sindacato dei lavoratori italiani.
Diciamo no perché la proposta del governo smonta l'articolo 18. Riforma squilibrataL'obiettivo principale del governo sembra essere proprio quello di introdurre la libertà di licenziamento. La riforma è squilibrata anche per quanto riguarda il superamento del dualismo del mercato del lavoro. Lo ha spiegato il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, ieri sera (20 marzo) alla fine dell'incontro a palazzo Chigi con il governo. Con la proposta governativa - ha spiegato il Segretario Generale - viene meno l'effetto "deterrente" dell'articolo 18. E' anche molto significativo il fatto che la parte relativa all'articolo 18 non sia mai stata davvero messa in discussione e che il problema della lunghezza dei processi sia stato dirottato verso la riforma della giustizia. Come per le pensioni, ancora una volta i prezzi più alti si chiedono ai lavoratori. Ora la parola passa al direttivo. Giovedì nuovo appuntamento. Non ci sarà un accordo da sottoscrivere, ma una "verbalizzazione". Poi si andrà in Parlamento
Il Mezzogiorno e la crisi: le proposte del PRC
da www.rifondazione.it
Si è svolta ieri nella sede della Direzione nazionale una riunione sulle questioni del Mezzogiorno, organizzata dal dipartimento Economia. All'incontro, alla presenza di rappresentanti delle federazioni e dei dipartimenti nazionali, hanno partecipato con specifiche relazioni anche gli economisti Emiliano Brancaccio dell'università del Sannio e Riccardo Realfonzo, attualmente assessore al bilancio del Comune di Napoli. Di fronte a una crisi strutturale e 'costituente', che sta colpendo profondamente gli strati sociali più deboli in particolare delle regioni del Sud, sentiamo l'esigenza di riavviare un intervento specifico di analisi e di proposta politica, ha affermato Augusto Rocchi nell'introduzione. Le politiche della Bce e le manovre del governo Monti stanno determinando un vero e proprio massacro sociale: sono ripresi consistenti processi migratori soprattutto di giovani laureati verso le regioni del Nord e l'estero, la disoccupazione giovanile sfiora nel Mezzogiorno il 50%; la debolezza strutturale e l'assenza di interventi hanno effetti devastanti sui (rari) distretti industriali, l'aumento di accise sui prodotti petroliferi, la mancanza di politiche di sostegno da parte del governo e insensate politiche europee hanno messo in ginocchio settori quali l'agricoltura, la pesca, il turismo; politiche fiscali (vedi Equitalia) 'forti coi deboli e deboli coi forti' stanno comportando la chiusura di migliaia di piccole aziende. Assistiamo a vere e proprie rivolte in regioni come la Sardegna, le proteste degli autotrasportatori hanno bloccato per giorni intere regioni; operai, pastori e contadini protestano tutti i giorni sotto le sedi regionali, il movimento dei "forconi" in Sicilia, denotano un quadro sociale di grande sofferenza. Se la sinistra non riesce a essere parte attiva in tutte queste mobilitazioni e contemporaneamente a fornire proposte di uscita 'da sinistra' dalla crisi, il rischio dell'avanzare delle destre populiste, parallelamente alla crescita di quelle tecnocratiche che sostengono Monti, può determinare pericolose svolte regressive e autoritarie.
E' urgente avviare un lavoro specifico del partito su due piani di intervento, elaborando da un lato una piattaforma politica sulle questioni del Meridione, dall'altro mettendo in campo una mobilitazione di massa.Un percorso di costruzione delle proposte e delle iniziative politiche in cui - a livello territoriale e centrale - dobbiamo avere grande capacità di ricerca e di apertura, per essere in grado di interloquire con intellettuali, movimenti di massa e tutte le soggettività della sinistra di alternativa. Va ripensata l'idea stessa di sviluppo del Mezzogiorno, non basata sui megaprogetti quali il Ponte sullo Stretto ecc. ma su nodi programmatici come la riconversione ecologica ambientale, la ripresa della piattaforma sui servizi pubblici e sui beni comuni emersa nella recente assemblea di Napoli, sviluppando gli assi strategici dell'agricoltura (che ha pagato le conseguenze di politiche distorte da parte dell'Unione europea) con una migliore valorizzazione delle produzioni locali e del turismo connesso allo sviluppo della produzione culturale e artistica, utilizzando maggiormente anche i fondi europei.
L'obiettivo finale che ci proponiamo è arrivare alla proposta di un grande piano immediato per l'occupazione giovanile del Sud, definendo contestualmente gli strumenti di riqualificazione di una programmazione pubblica. E parallelamente proponiamo una tassa patrimoniale in grado di garantire risorse a una forma di reddito sociale, non strumento assistenziale ma di sostegno ai periodi di assenza di lavoro. Dobbiamo dotarci rapidamente dello strumento di un questionario di inchiesta che consenta di costruire sui territori iniziative politiche di massa sempre interloquendo con movimenti, comitati, associazioni, sindacati, riuscendo a coinvolgere tutte le soggettività della sinistra.
Queste le proposte di intervento, sulle quali nel corso della riunione si sono inserite le approfondite relazioni degli economisti e il dibattito delle compagne e dei compagni intervenuti. Della riunione è disponibile la registrazione video, alla quale rimandiamo al link http://www.youtube.com/direzioneprc . Ora tutto questo lavoro proseguirà articolandosi a livello territoriale e con gruppi di lavoro specifici.
L'istituto V.Angius di Serrenti perderà la propria autonomia scolastica e sarà accorpato all'istituto di Serramanna o in alternativa di Sanluri, il circolo comunista "Playa Giròn" esprime insoddisfazione per questa decisione dei sindaci della Provincia che taglia l'autonomia all'istituto che accorpa le scuole di primo grado del comune.
Appoggiamo invece la deliberazione del consiglio provinciale che chiede di mantenere tutte le autonomie scolastiche della Provincia del Medio Campidano.
Dichiarazione stampa Gruppo Comunista - Federazione della Sinistra sul Piano di ridimensionamento scolastico
La Provincia del Medio Campidano ha competenza nel definire il piano delle scuole del 2° grado e limitate competenze rispetto al piano che riguarda le scuole del 1° grado di istruzione, che riguardano esclusivamente compiti di coordinamento dei comuni, chiamati invece, tramite conferenza di servizi a gestire la questione.
La conferenza di servizi dei comuni di venerdì 3 febbraio ha scelto di salvaguardare nel caso dell'istruzione primaria solo alcune autonomie scolastiche, a parere del nostro partito, cedendo alla logica dei tagli all'istruzione. Nelle linee guida della regione infatti, la soglia minima per mantenere la scuola autonoma è fissata a 1000 studenti per comune, soglia a cui si può derogare sensibilmente.
Questo freddo numero è il dizionario con cui la regione e lo stato nazionale traducono il mondo dell'istruzione, un numero che non tiene conto del fatto che costituzionalmente l'istruzione non è un servizio ma un diritto essenziale; un numero che non tiene conto dello spopolamento dei nostri territori, e della cultura che questi esprimono, che va valorizzata e non assoggettata a parametri numerici insensati, considerando che le scuole sono il presidio fondamentale della cultura di queste comunità.
Nel ringraziare l'assessore provinciale all'istruzione che ha cercato di coordinare le variegate esistenze delle comunità locali e nel esprimere soddisfazione per il mantenimento di tutte le autonomie scolastiche nella Marmilla, non possiamo tuttavia non esprimere preoccupazione rispetto alla scelta di tagliare, con decisione sovrana dei sindaci le autonomie scolastiche di Sardara, Serrenti e Samassi, che vanno ad aggiungersi all'autonomia già persa da Pabillonis l'anno scorso.
Si è deciso di cedere alla logica dei tagli e di non combattere la battaglia per la difesa dell'istruzione. Tutto questo, come sottolineato già dai sindacati CGIL, CISL e UIL a cui il nostro partito si è associato nel chiedere che la conferenza deliberasse di mantenere tutte le autonomie scolastiche, è una sconfitta di tutto il territorio, non solo dei comuni che hanno perso la possibilità di avere una scuola autonoma.
Il Consiglio provinciale ha quindi deliberato e chiesto di trasmettere all'assessorato all'istruzione e all'ufficio scolastico regionale la posizione dell'ente. La posizione del consiglio, risultata dopo un ampia discussione è che la provincia chiede il mantenimento di tutte le istituzioni scolastiche del territorio, come già chiesto dalla Provincia e di Cagliari.
L'unico rammarico è che questa posizione sia resa debole da una scelta dei nostri sindaci a quali chiediamo una riflessione, affinché anche l'anno prossimo non si possa cadere nella trappola del cedimento, perdere altre scuole, ma combattere una battaglia di civiltà, quella per un istruzione diffusa e capillare nel territorio.
Alessandro Serra, cons. provinciale, segretario provinciale PRC-Federazione della Sinistra Medio Campidano
Matteo Castangia, capogruppo Gruppo "Comunista" Provincia del Medio Campidano.
Massimo Rossi (Portavoce Nazionale Federazione della Sinistra)
Il popolo dei beni comuni esiste. È questo un popolo che non si rassegna all'ideologia dominante che propone come unica società possibile quella del liberismo in crisi e della quale il governo Monti è l'ultima perniciosa manifestazione, forse la più subdola ma anche la più spietata degli ultimi anni. È un popolo consapevole che le strade da imboccare per trasformare le relazioni tra gli esseri umani (cooperazione solidale anziché competizione) e tra essi e la natura (fruizione armonica anziché rapina) passano obbligatoriamente per un'assunzione collettiva di responsabilità, e non per vecchi modelli deleganti.
Il popolo dei beni comuni esiste. È questo un popolo che non si rassegna all'ideologia dominante che propone come unica società possibile quella del liberismo in crisi e della quale il governo Monti è l'ultima perniciosa manifestazione, forse la più subdola ma anche la più spietata degli ultimi anni. È un popolo consapevole che le strade da imboccare per trasformare le relazioni tra gli esseri umani (cooperazione solidale anziché competizione) e tra essi e la natura (fruizione armonica anziché rapina) passano obbligatoriamente per un'assunzione collettiva di responsabilità, e non per vecchi modelli deleganti.
Sono tanti i soggetti disposti ad investire parte del proprio tempo di vita, braccia e testa, per costruire un modello di economia, e prima ancora di esistenza, realmente alternativo. Pronti a partecipare concretamente a dar corpo ad un progetto alternativo di società e di economia che nei beni comuni trovi il proprio baricentro.
Partecipare è la parola chiave. Una partecipazione che da singola e parziale, vuole diventare organica e reticolare. Tutti collegati orizzontalmente e ciascuno attivo sul proprio territorio.
Ma c'è un rischio, che per non essere ipocriti deve essere messo subito a fuoco. Va assolutamente evitato che, come già è avvenuto nel passato, queste energie vengano mortificate, magari finalizzandole a supportare scommesse elettorali di leader, gruppi, partiti vecchi e nuovi, o mettendole a reddito sul mercato della politica mediatica; quella delle alchimie e delle larghe coalizioni, magari aperte ai famosi "moderati".
Io credo che sia proprio interesse delle forze politiche organizzate mettere da parte gli egoismi dal fiato corto e scommettere invece sull'autonomia del movimento oggi in campo. La forza del popolo dei beni comuni è qualcosa che viene prima e che va oltre le scadenze elettorali.
Se è vero come è vero che c'è un bisogno indiscutibile ed urgente di costruire soggettività politica e rappresentanza, la premessa indispensabile per la sua utilità è la formazione di un popolo capace di immaginare e praticare dal basso il cambiamento. Solo attraverso queste pratiche è pensabile peraltro di innovare le forme obsolete della rappresentanza.
Per questo il Forum dei Beni comuni non può e non deve considerarsi chiuso. La piattaforma in 17 punti presentata sabato scorso su il manifesto ed emersa dal fervore di quei tavoli tematici non deve restare una petizione di principi sacrosanti né rimanere una lista di richieste rivolte a qualche attore, che per meriti e qualità, è chiamato a disporsi sopra il palcoscenico. È la platea, stavolta, che deve interpretarla, invadendo il palcoscenico.
Quella piattaforma deve essere la base per comporre centinaia e centinaia di forum permanenti in ogni angolo d'Italia. Forum aperti e inclusivi, senza discriminazioni o pregiudizi reciprochi, dove viga l'assoluta parità tra persone con o senza tessere in tasca.
Forum da intrecciare con straordinari laboratori disposti a lavorare verso il medesimo orizzonte; fornendo così ad essi un forte e indispensabile sostegno, e ricevendo in cambio "prototipi di alternative praticabili", sperimentazioni concrete di "altra economia", pratiche di governo dei beni comuni, nuove formule di welfare, modelli partecipati di gestione delle risorse primarie, dell'energia, della mobilità, del paesaggio, della produzione.
D'altro canto sarebbe assolutamente riduttivo limitarsi a delegare quella piattaforma alla pur preziosa azione dei Comuni, magari continuando a considerare i movimenti come soggetti con cui "mantenere il confronto" e non invece come attori protagonisti con cui condividere "istituzionalmente" e pariteticamente i processi decisionali.
Lancio allora un'ultima provocazione. Costruiamo un grande movimento dei beni comuni e del lavoro.
Sì, anche del lavoro. Non perché il lavoro non sia contemplato nella piattaforma (forse un po' incidentalmente) o perché non sia anch'esso un bene comune che vorremmo demercificare. Ma perché in un mondo capitalistico imperniato sul paradigma della crescita illimitata, il tema enorme del "cosa, come e quanto produrre" diventa base fondativa, per qualsiasi azione di tutela dei beni comuni dalla distruzione e dalla privatizzazione.
Senza addentrarci in dibattiti infiniti, credo che sia ormai palese a tutti noi che, se da un lato un mero laburismo parasindacale è un limite al nostro agire, dall'altro non è più possibile derubricare dal nostro 'intervento l'elemento centrale del conflitto tra le classi, la cui attualità ce la ricordano proprio i principali avversari dei beni comuni, siano essi al vertice di gruppi finanziari, di grandi aziende o di governi nazionali e territoriali. Tanto più di fronte all'attacco del governo Monti alla stabilità del contratto di lavoro e all'articolo 18, il popolo dei beni comuni non può mostrarsi impreparato e deve impegnarsi in una controffensiva che abbia come cardine la richiesta di abrogare tutti i contratti precari e di istituire, come correttamente chiede la piattaforma, un reddito di cittadinanza.
Non perdiamo tempo, allora.
Partecipare è la parola chiave. Una partecipazione che da singola e parziale, vuole diventare organica e reticolare. Tutti collegati orizzontalmente e ciascuno attivo sul proprio territorio.
Ma c'è un rischio, che per non essere ipocriti deve essere messo subito a fuoco. Va assolutamente evitato che, come già è avvenuto nel passato, queste energie vengano mortificate, magari finalizzandole a supportare scommesse elettorali di leader, gruppi, partiti vecchi e nuovi, o mettendole a reddito sul mercato della politica mediatica; quella delle alchimie e delle larghe coalizioni, magari aperte ai famosi "moderati".
Io credo che sia proprio interesse delle forze politiche organizzate mettere da parte gli egoismi dal fiato corto e scommettere invece sull'autonomia del movimento oggi in campo. La forza del popolo dei beni comuni è qualcosa che viene prima e che va oltre le scadenze elettorali.
Se è vero come è vero che c'è un bisogno indiscutibile ed urgente di costruire soggettività politica e rappresentanza, la premessa indispensabile per la sua utilità è la formazione di un popolo capace di immaginare e praticare dal basso il cambiamento. Solo attraverso queste pratiche è pensabile peraltro di innovare le forme obsolete della rappresentanza.
Per questo il Forum dei Beni comuni non può e non deve considerarsi chiuso. La piattaforma in 17 punti presentata sabato scorso su il manifesto ed emersa dal fervore di quei tavoli tematici non deve restare una petizione di principi sacrosanti né rimanere una lista di richieste rivolte a qualche attore, che per meriti e qualità, è chiamato a disporsi sopra il palcoscenico. È la platea, stavolta, che deve interpretarla, invadendo il palcoscenico.
Quella piattaforma deve essere la base per comporre centinaia e centinaia di forum permanenti in ogni angolo d'Italia. Forum aperti e inclusivi, senza discriminazioni o pregiudizi reciprochi, dove viga l'assoluta parità tra persone con o senza tessere in tasca.
Forum da intrecciare con straordinari laboratori disposti a lavorare verso il medesimo orizzonte; fornendo così ad essi un forte e indispensabile sostegno, e ricevendo in cambio "prototipi di alternative praticabili", sperimentazioni concrete di "altra economia", pratiche di governo dei beni comuni, nuove formule di welfare, modelli partecipati di gestione delle risorse primarie, dell'energia, della mobilità, del paesaggio, della produzione.
D'altro canto sarebbe assolutamente riduttivo limitarsi a delegare quella piattaforma alla pur preziosa azione dei Comuni, magari continuando a considerare i movimenti come soggetti con cui "mantenere il confronto" e non invece come attori protagonisti con cui condividere "istituzionalmente" e pariteticamente i processi decisionali.
Lancio allora un'ultima provocazione. Costruiamo un grande movimento dei beni comuni e del lavoro.
Sì, anche del lavoro. Non perché il lavoro non sia contemplato nella piattaforma (forse un po' incidentalmente) o perché non sia anch'esso un bene comune che vorremmo demercificare. Ma perché in un mondo capitalistico imperniato sul paradigma della crescita illimitata, il tema enorme del "cosa, come e quanto produrre" diventa base fondativa, per qualsiasi azione di tutela dei beni comuni dalla distruzione e dalla privatizzazione.
Senza addentrarci in dibattiti infiniti, credo che sia ormai palese a tutti noi che, se da un lato un mero laburismo parasindacale è un limite al nostro agire, dall'altro non è più possibile derubricare dal nostro 'intervento l'elemento centrale del conflitto tra le classi, la cui attualità ce la ricordano proprio i principali avversari dei beni comuni, siano essi al vertice di gruppi finanziari, di grandi aziende o di governi nazionali e territoriali. Tanto più di fronte all'attacco del governo Monti alla stabilità del contratto di lavoro e all'articolo 18, il popolo dei beni comuni non può mostrarsi impreparato e deve impegnarsi in una controffensiva che abbia come cardine la richiesta di abrogare tutti i contratti precari e di istituire, come correttamente chiede la piattaforma, un reddito di cittadinanza.
Non perdiamo tempo, allora.
Costruiamo dal basso una vera e propria Costituente dei beni comuni e del lavoro. Questa potrebbe essere forse l'ultima occasione o, più ottimisticamente, l'occasione buona!
LIBERALIZZAZIONI, ACQUA, FERRERO (PRC – FDS): «INACCETTABILE TENTATIVO DI VIOLARE LA VOLONTÀ POPOLARE, IL GOVERNO STA FACENDO UNA TRUFFA»
Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista , dichiara:«È inaccettabile l’attacco del governo su acqua e servizi pubblici locali: si fa scudo dei privilegi dei notai mentre sta compiendo una vera e propria truffa, cercando di vanificare l'esito del referendum sull'acqua pubblica. Noi diciamo ‘no’ alla la privatizzazione dei servizi pubblici locali: l’acqua pubblica non si tocca. L’esecutivo Monti si conferma così non solo il governo dei poteri forti ma come quello che potrebbe agire in violazione della volontà popolare.
Rifondazione Comunista aderisce alla mobilitazione dei movimenti per l’acqua pubblica di questa settimana e al presidio organizzato per oggi pomeriggio di fronte a Montecitorio. Proponiamo una manifestazione unitaria di tutte le forze che hanno sostenuto il referendum, di tutte le voci impegnate sui temi del lavoro, della sinistra, contro il governo».
Anche sulle Farmacie la posizione del governo non è chiara.
Paolo Ferrero, ha affermato a Tgcom24: «Sui farmaci temiamo il consumismo farmaceutico. Il Cile di Pinochet era la stessa cosa: nelle farmacie cilene si vendevano due scatole di antibiotici al prezzo di uno».
La proposta di Rifondazione Comunista
1) Tassa sui grandi patrimoni al di sopra del milione di euro
2) Lotta all’evasione fiscale facendo pagare per intero le tasse a chi ha usato lo scudo fiscale
3)Dimezzare le spese militari. Basta con la guerra in Afghanistan e in Libia
4) Dimezzare gli stipendi delle caste e mettere un tetto agli stipendi dei manager
5) Le aziende che delocalizzano devono restituire i finanziamenti pubblici
6) Bloccare le grandi opere inutili come la Tav e il Ponte sullo Stretto e usare quelle risorse per un grande piano di sviluppo delle energie alternative e di riassetto idrogeologico del territorio
2) Lotta all’evasione fiscale facendo pagare per intero le tasse a chi ha usato lo scudo fiscale
3)Dimezzare le spese militari. Basta con la guerra in Afghanistan e in Libia
4) Dimezzare gli stipendi delle caste e mettere un tetto agli stipendi dei manager
5) Le aziende che delocalizzano devono restituire i finanziamenti pubblici
6) Bloccare le grandi opere inutili come la Tav e il Ponte sullo Stretto e usare quelle risorse per un grande piano di sviluppo delle energie alternative e di riassetto idrogeologico del territorio
7) Tetto a 5000 euro alle pensioni d'oro!
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Noi siamo indignati. Il governo, con la scusa della crisi economica e della speculazione, vuole demolire lo stato sociale, i diritti dei lavoratori, la democrazia nel paese. Il tutto per difendere privilegi e grandi ricchezze. Noi proponiamo una politica economica rovesciata.
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Noi siamo indignati. Il governo, con la scusa della crisi economica e della speculazione, vuole demolire lo stato sociale, i diritti dei lavoratori, la democrazia nel paese. Il tutto per difendere privilegi e grandi ricchezze. Noi proponiamo una politica economica rovesciata.







